Non una cronaca, ma un dialogo a ruota libera con il maestro Zucchini

Bologna, 11 febbraio 2020


GLZ: Gian Luigi Zucchini

PM: Pietro Marchioni

 

Parte prima: i ricordi del maestro

 

GLZ: La sede della scuola era a fianco della chiesa di Vimignano, al piano terra dell’attuale palazzo bianco.

Precedentemente il locale era stato una legnaia nel quale, quando pioveva, entrava acqua da sotto la porta a vetri.

PM:  come è arrivato a Vimignano?

GLZ: Sono arrivato a Vimignano al mio terzo anno di insegnamento; era cosa nota che ai giovani insegnanti toccavano le sedi più disagiate perché, essendo la graduatoria basata sul punteggio acquisito, le sedi più comode erano scelte dai maestri con punteggio superiore.

I precedenti anni li avevo trascorsi in diverse sedi: un anno a Canevaccia di Castel d’Aiano dove avevo insegnato in una quinta (anno 1954); prima ancora, nel 1953, avevo insegnato un anno ai militari nelle scuole reggimentali, presso la caserma di artiglieria a porta d’Azeglio  (l’odierna Staveco); le classi erano divise in due tipologie: analfabeti e semianalfabeti (che non avevano completato le 5 classi elementari); a me fu affidato il gruppo dei semianalfabeti, una cinquantina di ragazzi che avevano un anno più di me. A tale insegnamento si accedeva non per concorso ma con semplice domanda; era di due ore serali per cinque giorni la settimana; poco remunerato, ma sempre meglio di niente, e comunque contribuiva alla formazione del punteggio.

 

Dopo Canevaccia insegnai un anno a Castello di Monteveglio (la sede era denominata così).

La scuola era situata all’interno dell’abbazia che, come è noto, sorge all’interno della cinta muraria del castello. Io avevo chiesto al parroco abate di poter essere ospitato nella stessa abbazia, dove pure lui abitava insieme ad una domestica. Così per tutto l’anno scolastico, tranne le domeniche e le festività, abitai lì per non dovermi spostare tutti i giorni; all’epoca avevo uno scooter, una Lambretta, con cui poi ho girato mezzo mondo.

 

 

 

 

L’anno successivo a Monteveglio la mia sede d’insegnamento fu Vimignano; precedentemente all’assegnazione della sede d’insegnamento ebbi modo di conoscere Oriano Tassinari Clò, che mi ha preceduto a Vimignano, insegnando lì un anno, insieme ad una collega.

Tassinari, che ha tra l’altro scritto il libro “Gente di Vimignano”, poiché si occupava fin da allora di storia locale, faceva parte, insieme al maestro Bugamelli, dell’Associazione Italiana Maestri Cattolici (AIMC). In occasione di una riunione di maestri dell’AIMC, dove  ho pure conosciuto il maestro Bugamelli, Tassinari raccontò con dovizia di particolari la sua esperienza a Vimignano descrivendo  la scuola e  l’ambiente locale.

Così, in quello stesso anno, quando in autunno  dovetti scegliere la sede (che per me sarebbe stata quella fissa), la mia scelta fu Vimignano perché attraverso ciò che aveva raccontato Tassinari pensavo già di conoscerla; sapevo che il parroco, don Annibale Sandri, era disponibile ad ospitare il maestro, quindi non c’erano problemi per il soggiorno e il cibo. Inoltre a Vimignano c’era la luce elettrica, che mancava in molte altre località di montagna rimaste disponibili; restavo quindi a Vimignano tutta la settimana, partendo prestissimo da Bologna ogni lunedì mattina: in treno fino a Riola e poi con la Lambretta fino a Vimignano.

La strada all’epoca non era ovviamente asfaltata, ed assomigliava più ad una mulattiera che ad una strada; quando in primavera si scioglievano le nevi, (e all’epoca le nevicate erano molto abbondanti), l’acqua che scorreva portava ghiaia, sassi anche di notevole dimensione e scavava solchi, riducendo la strada simile al fondo di un torrente  Era molto difficile stare in equilibrio sulla motoretta, ma ero diventato per forza molto esperto nella guida e non caddi mai.

PM: Non ha mai utilizzato il servizio pubblico, cioè i tassisti di Riola?

GLZ: A volte sì, soprattutto d’inverno, mi servivo qualche volta di Gildo, un taxista di Riola ben noto nella zona; ma proprio se era necessario, perché lo stipendio mensile era assai scarso, e a malapena arrivavo a fine mese, dal momento che dovevo provvedere al vitto, all’alloggio, ai viaggi in treno, ecc.  Gli  spostamenti tra Riola e Vimignano avvenivano forzatamente a piedi quando la quantità di neve caduta rendeva difficile o impossibile il traffico (i pochi mezzi antineve quasi mai arrivavano fin lassù). In questi casi, rientrando il sabato,  passavo da Scola e proseguendo per i campi innevati  arrivavo al fiume ghiacciato che, per giungere in tempo alla stazione di Riola, attraversavo direttamente, senza usufruire del ponte sul Limentra, per utilizzare il quale si doveva allungare il tragitto di non poco; oppure attraversavo saltando sui sassi. A Riola, prima di salire sul treno, mi cambiavo gli abiti perché dopo la discesa tra i campi, e con un paio di stivaloni di gomma ai piedi (che mi ero comperato per l’occasione) non ero troppo presentabile.

A Riola c’era il deposito delle moto, dove lasciavo la Lambretta nei periodi d’inverno più difficili e duri (con la neve, per esempio, o soprattutto il ghiaccio, molto pericoloso specialmente nelle discese verso Riola.

Rimasi a Vimignano due anni; vivendo negli ambienti della canonica; con don Annibale e la sorella, che cucinava molto bene: da novembre a tutto maggio preparava il cibo anche per i bambini della scuola, che usufruivano gratuitamente di questo servizio, offerto dalla POA (Pontificia Opera di Assistenza). Alle 12,30 Anselma (la sorella di don Annibale) scendeva con un pentolone dalla canonica alla scuola, distante poche decine di metri, e tutti insieme – io e i bambini – si mangiava nell’aula: un piatto abbondante di minestra, poi formaggio, a volte un po’ di salume, o qualche pietanza con verdura, uova, ecc.

L’arredamento  dell’aula  era come da regolamento, uguale per tutte le scuole: c’era la cattedra, posta su una pedana di legno rialzata d

al suolo; i banchi con panchine a due posti per gli alunni; con i vasetti di vetro per l’inchiostro, inseriti nel piano del banco; dietro la cattedra, una “montagna” di legna già tagliata per la stufa in terracotta Becchi che assicurava il riscaldamento della stanza. Gran parte della legna era però dei proprietari del vano utilizzato come aula, che a volte entravano per prendere la legna.

 

 Anche gli alunni collaboravano tuttavia al riscaldamento dell’aula portando qualche pezzo di legna da casa e soprattutto rami secchi e frasche per accendere o ravvivare il fuoco nella stufa.

 

 

 

Ero l’unico insegnante, dopo anni in cui nella  località avevano insegnato due o anche tre maestri. Ma la montagna, già a quel tempo, si stava rapidamente spopolando.

La classe che mi era stata affidata era una pluriclasse con 18 bambini, fra i quali ricordo le sorelle Boraggini, Narciso Boraggini (che non era parente delle due bambine), Lorenzo Scandellari, Piera e Angela Appoggi,. Carlo Contini e Pietro Marchioni,  anche lui mio alunno. Frequentava con alcuni altri la quinta, e con me restò solo un anno; poi c’erano  altri che ben ricordo ma dei quali ho dimenticato il nome; ma tutti, pur in modo diverso, erano bambini bravissimi, soprattutto puntuali, ordinati, operosi e molto autonomi, a differenza degli alunni di altre precedenti località.

Ricordo ad esempio un bambino di Linaro che prima di venire a scuola doveva rigovernare il bestiame nella stalla; ebbene era sempre puntuale anche con la neve. E le bambine poi, di solito, dovevano aiutare la mamma in molte faccende domestiche, ed assistere i fratellini più piccoli se c’erano. Ricordo che qualcuna, specialmente d’inverno, arrivava a scuola con le mani molto arrossate e intirizzite, perché aveva aiutato la madre a fare il bucato, o a stenderlo ancora molto bagnato. E allora la facevo sedere accanto alla stufa, fin che non si fosse ripresa.

Un altro ricordo che ho di Vimignano, è molto comico, ma è ciò che davvero mi colpi al mio arrivo. La mattina in cui arrivai la prima volta, in autunno, il primo di ottobre per iniziare l’attività scolastica (allora scuola cominciava in ottobre) c’era un vento tale che sollevava da terra le galline; le quali, spaventatissime, sbattevano le ali a più non posso ma erano trascinate qua e là dalle ventate più forti. Debbo dire che la cosa mi impressionò non poco. Queste bufere di vento erano abbastanza frequenti, e duravano anche più giorni.

 

Il secondo anno di insegnamento giunse a scuola una bambina paffutella, Maria Rosa Bettocchi, (prima foto a sinistra e nella seconda con me in epoca recente;  aveva da poco compiuto sei anni, era sola e un po’ impaurita. Frequentava la prima classe, e dovevo insegnarle tutto.  Allora per consentire anche agli altri di dedicarsi ad attività diverse, la prendevo sulle ginocchia per farle vedere come tenere la matita, come scrivere le prime letterine, guidandole la mano; cosa che se fosse stata fatta ai nostri giorni mi sarei preso una denuncia per pedofilia!

 

                                                                                 

Comunque, i bambini erano molto bravi ed io non ricordo di avere mai dato uno scappellotto agli alunni. Mi sembravano innaturali certe punizioni corporali che venivano inflitte ai bambini. Questo, per principio, è sempre stato il mio modo di procedere nell’insegnamento, ma debbo anche dire che non ce ne fu bisogno.

PM: Del resto, se anche si prendeva uno scappellotto non si andava a dirlo in casa, perché era molto probabile prendere il bis; ricordo la maestra Pelloni, una donna non molto alta che, a differenza del maestro Zucchini, puniva i bambini anche facendoli mettere in ginocchio!

La maestra Pelloni risiedeva a Cavallino e ricordo che mio padre , che faceva il porta lettere, le consegnava tanta corrispondenza.

GLZ: Ricordi ne ho ancora tanti, Tra gli altri, uno che emerge tra gli altri.

In quel periodo venni a sapere che c’era, da parte del Comune, il progetto di costruire una nuova scuola, con annesso alloggio per gli insegnanti; c’era anche un motivo di opportunità per l’alloggio perché, ad esempio, una ragazza che alloggiasse da don Annibale poteva essere motivo di  commenti malevoli. E poi forse il parroco non l’avrebbe accettata.

Come però succede solitamente in Italia, il tempo passava e la scuola non veniva costruita e mi domandavo il motivo del ritardo; infatti il terreno era già stato acquistato dalla parrocchia, che ne era stata la proprietaria, il denaro era stato già stanziato ma i lavori non partivano.

Scrissi allora una lettera al comune di Grizzana facendola firmare anche da tutti i genitori. Successivamente il sindaco scrisse una “letteraccia” a don Annibale, il quale non c’entrava proprio niente. Lui si meravigliò del contenuto, soprattutto per una frase contenuta nella lettera “Non si fa così, lei è uno di quelli che lanciano il sasso e nascondono la mano” (ndr. Si era a metà degli anni ’50, in pieno periodo Peppone e don Camillo). Don Annibale era molto riservato, quindi non mi fece mai vedere la lettera del sindaco: me ne parlò soltanto. Io mi assunsi tutte le responsabilità, dicendo che l’idea era stata soltanto mia e risposi al Comune che l’argomento riguardava la scuola, io ero il maestro e giudicavo con la mia testa e non con chi mi ospitava a Vimignano.

Il pensiero malevolo, in Comune, era forse questo: il maestro è il “galoppino” del parroco, così si scrisse direttamente a lui, senza dir nulla a me. Ma fin da allora, pur essendo giovanissimo, non mi sono mai prestato a far da controfigura per interessi di altri.

Tuttavia, quello stesso anno, in cui ottenni, per mia richiesta, il trasferimento più vicino a casa e cessai di insegnare a Vimignano, iniziarono i lavori della scuola, terminati rapidamente e l’insegnante che mi succedette abitò nell’appartamento collegato alla scuola stessa.

Tuttavia la scuola nuova fu utilizzata solo per alcuni anni, poi dismessa perché era in atto un accentramento delle sedi scolastiche, reso possibile dall’introduzione degli scuolabus che, partendo da Vigo, passavano da Campolo, poi Vimignano,  Oreglia per finire il percorso a Riola.

L’accentramento era determinato soprattutto dalla riduzione della popolazione scolastica e Grizzana, dove era la direzione dirattica, era lontana. La direzione didattica fu di nuovo collocata a Vergato, com’era del resto già nel primo anno che insegnavo a Vimignano. E oggi non so più, forse è cambiato un po’ tutto.

Anche ad Oreglia c’era la scuola elementare, con una pluriclasse e una sola maestra; a quei tempi era la signora Cocconcelli che scoprii poi più tardi, essere amica di mia moglie. Era sposata da poco ed aveva un bambino piccolo da accudire, ciò la obbligava al pendolarismo quotidiano da e per Bologna.

Doveva alzarsi alle cinque del mattino per prendere il primo treno per Riola, poi arrivata, occorreva un altro mezzo che la portasse a scuola. Il ritorno era simile; inoltre l’abitazione della maestra era al Pontevecchio, fuori porta Mazzini: era ormai il tardo pomeriggio quando la maestra poteva rientrare in casa, per ripartire poi la mattina seguente alle cinque. Una vita decisamente non invidiabile!

PM: negli anni 20 anche la sorella di Giorgio Morandi, Anna, ha insegnato a Vimignano per 5/6 anni; e mia madre è stata una sua alunna. Ma, ritornando alla sua scuola, come le venne l’idea di fare una Sacra Rappresentazione? Per noi alunni fu un avvenimento, quasi pensavamo di essere dei divi del cinema! Ricordo che la rappresentazione fu fatta nella chiesa di Vimignano piena all’inverosimile di spettatori, provenienti anche dalle parrocchie vicine!

GLZ: Come già detto, l’anno precedente l’arrivo a Vimignano ero stato a Monteveglio, con la scuola proprio dentro un locale dell’abbazia. L’ambiente mi sembrava ben appropriato per  un’attività del genere.

Quell’anno, a Pasqua misi in scena la mia prima rappresentazione che riuscì bene, considerando il momento e la relativa disponibilità delle famiglie: i costumi erano un po’ raffazzonati, usando lenzuoli vecchi, coperte colorate, e cianfrusaglie varie, e tuttavia la cosa piacque molto. Del resto,ho sempre pensato che la cultura, in tutti i suoi aspetti, è l’unico mezzo per far crescere la scuola e conseguentemente la società; e poi ci sono i metodi d’insegnamento più o meno buoni. Alla base ci sono le nozioni, ma la scuola non può essere la ripetizione banale delle medesime cose.

A Monteveglio perciò avevo pensato di fare una rappresentazione sull’antico, facilitato in questo dall’ambiente dell’abbazia. In tal modo cercavo di coinvolgere su un argomento più materie per meglio cogliere l’attenzione dei bambini. I costumi di scena furono realizzati dai bambini stessi e dalle loro famiglie, ad esempio le lance e le spade furono fatte dai bambini col traforo (seghetto per hobbisti). I costumi cucite dalle bimbe e dalla mamme, e in parte cercati e trovati da me a Bologna presso alcune parrocchie, dove c’erano gruppetti di ragazzi che si dilettavano di teatro.

Le parti da recitare erano poesie o testi antichi, fra i quali c’era  “Donna del Paradiso”  di Jacopone da Todi dell’inizio del 1300. Nei borghi antichi era in uso da centinaia di anni fare questo genere di rappresentazioni (poi nel tempo perduta), soprattutto le “Passioni” che venivano recitate sulle piazze del paese o sul sagrato delle chiese od anche all’interno delle chiese stesse.

Erano ‘laudi’ popolari, che alla gente di allora piacevano, come piaceva la narrazione di storie nelle sere d’inverno, al caldo nelle stalle. Insomma, una prima forma di teatro, che nasceva spontanea dall’interesse che la gente aveva per questo tipo di racconto o di spettacolo.

Dunque la rappresentazione iniziava con la recita della lauda “Donna del Paradiso”, detta anche Pianto della Madonna’ in cui un messaggero, il Nunzio (Piera Appoggi), annunzia alla Madonna (che, se ricordo bene, mi pare fosse Angela Appoggi) l’arresto di suo figlio Gesù. Il nunzio aveva un cappellino tipo giovanetto fiorentino del Quattrocento, fatto da me con del cartone ricoperto di stoffa verdina; nella foto si vede il Nunzio che parla con la bambina che interpreta la Madonna, affranta; la recita comprendeva poi altri brani antichi o pressoché inediti e mai recitati, scritti con un facile italiano che io poi un poco sistemavo per renderlo immediatamente comprensibile; alcuni testi li avevo trovati nella biblioteca dell’Archiginnasio di Bologna; quando infatti tornavo a Bologna, il sabato pomeriggio, andavo all’Archiginnasio a fare ricerche; durante la rappresentazione poi, io suonavo l’harmonium ed il gruppo cantava; avevo preparato scenografie, musiche e testi e coordinato le prove coi bambini: avevo attribuito loro le parti che venivano studiate a casa.

PM: Erano appena iniziate le trasmissioni televisive e noi bambini, vedendo “Lascia o raddoppia”, pensavamo “forse un giorno saremo là!”. Recitare questa cosa così nuova e diversa dal normale insegnamento era per noi una cosa incredibile; quando racconto questo episodio molta gente non crede, questo maestro era proprio molto avanti rispetto ai tempi!

GLZ: Dopo, questo evento non si è più ripetuto. Questi luoghi di montagna per me che venivo dalla città, sembravano un mondo diverso; l’alto Appennino era un luogo lontano dalla città e dalle sue abitudini. In queste zone prevaleva ancora una cultura arcaica da recuperare, da non buttare via, perché era storia locale, ma anche storia di vita, di emozioni, di sentimenti. Tenevo presente queste idee nel lavoro che facevo, e che approfondii poi via via anche dopo, seguendo quella che mi stavo costruendo come linea guida del mio lavoro. E così, per esempio, davo dei temi tipo “Scherzi del tuo paese”, oppure “Osserva la natura: cosa ti piace di più?” “Osserva il tramonto del sole e descrivilo”; poi si riportava su un disegno a tempera ciò che i bambini avevano descritto nel tema.

Tempere e colori venivano acquistati da me perché molte  famiglie erano povere e non si potevano permettere tali acquisti; usavamo gli acquerelli Giotto, mentre le tempere venivano diluite in bussolotti con aggiunta di colla liquida la cui soluzione decadeva dopo un po’ producendo un cattivo odore.

PM: Ricordo le sue lezioni di storia; il maestro era bravissimo a raccontare la storia arricchendo la lezione col suo entusiasmo.

GLZ: Eppure, in terza media fui rimandato in latino e storia e dovetti riparare ad ottobre; il latino era difficile ma a me piaceva,  e la storia poi mi piaceva moltissimo, tanto che leggevo molti libri e romanzi di storia e la studiavo volentieri. Misteri della scuola!

A Canevaccia addirittura organizzavo coi bambini già abbastanza grandi (avevo una quinta) battaglie con le palle di neve, perché in certi pomeriggi d’inverno mi annoiavo e prendevo a pretesto garibaldini e austriaci per inventare battaglie e fare in questo modo un po’ di storia risorgimentale ‘vivente’ , con i nomi dei luoghi storici (Bezzecca, San Martino, Solferino, ecc.), le relative date  e il nome dei generali più famosi . La storia era diventata un gioco, e ricordo che fu appresa benissimo.

Questo mio modo un po’ alternativo di insegnare, provocò le rimostranze di direttore che voleva che fossero seguite le sue indicazioni; e non quello che inventavo io.

A quel tempo scrivevo sulla rivista “Scuola Italiana Moderna” edita dal 1904 da “La Scuola”; la rivista, tuttora esistente, è la prima rivista magistrale che ci fu in Italia (ndr. fondata nel 1893); inizialmente la mia collaborazione era limitata a qualche articolo ma successivamente si ampliò. L’occasione   dell’atteggiamento  del direttore fu la lettura di un articolo che avevo scritto per la rivista: l’articolo, intitolato “Scoprire la storia”, in cui si trattava del ritrovamento di reperti etruschi nelle vicinanze di Campolo, ad opera dei bambini.

Fui “minacciato” di provvedimenti disciplinari: ad esempio di abbassarmi la qualifica da ‘buono’ a “sufficiente” o addirittura ” insufficiente”

A quei tempi era prevista la qualifica del maestro da parte del direttore; essa contribuiva alla formazione del punteggio utile poi per chiedere il trasferimento e quindi tale minaccia avrebbe potuto avere conseguenze non piacevoli  negli anni a seguire; fu grazie all’intervento della segretaria della scuola che tale minaccia rientrò e la qualifica per quell’anno fu ancora “buono”.

La causa dell’articolo “incriminato” fu l’attività che i bambini facevano. Occorre ricordare che nel 1955 furono pubblicati i nuovi programmi didattici della scuola elementare in sostituzione degli ormai vecchi e obsoleti programmi, vigenti anche nell’epoca fascista. In essi, fra l’altro, si sollecitavano  “ricerche sul natio loco” e sull’ambiente locale.

Così, con i bambini, facevamo ricerche sulle piante, gli animali, i fiori, gli insetti, i lavori tipici del luogo, ecc.: ricordo, tra l’altro, che avevamo messo una lucertola dentro una scatola con un insetto per vedere cosa poteva succedere: com’era cioè il comportamento di questi animaletti.  Insomma delle ricerche pseudoscientifiche in linea con la mia idea che l’insegnamento era soprattutto sollecitazione all’osservazione e alla comprensione.

PM: Ci si doveva alzare in piedi quando entrava il maestro ?

GLZ: In un primo tempo sì; poi si è persa col tempo l’abitudine. Però l’ordine e la disciplina sono sempre stati un mio pallino; ho fatto venti anni di scuola elementare, prima di passare all’Università, e non ho mai derogato da tali principi.

Senza ordine, disciplina, impegno, non si costruisce nulla. Certamente, l’ordine deve scaturire da un’educazione al corretto comportamento, verso di sé e verso il prossimo. Non un ordine militaresco, imposto a forza, ma un ordine dettato da un’educazione ragionata e consapevole. Capire cioè che senza disciplina e organizzazione non si fa niente, perché ciascuno va per proprio conto e si crea più che altro confusione.

Parte seconda: l’archeologia di Campolo

GLZ: In quegli anni era in costruzione la strada tra Campolo e Montovolo. Narcisio Boraggini era andato a vedere il cantiere alla Serra dei Coppi e aveva rinvenuto nel materiale smosso dei cocci.

Il bambino aveva seguito i suggerimenti dati a scuola, cioè di osservare e chiedersi sempre cos’è ciò che si è osservato. Fu colpito da una terracotta di forma circolare; la raccolse e l’indomani me lo mostrò; io non sapevo proprio dire di che cosa si trattasse, quindi il sabato successivo, quando scesi a Bologna, andai in un negozio di numismatica che allora era vicino alle due torri, in via san Vitale, per avere delle informazioni su quello che mi pareva un medaglione. anche se era assai improbabile che un medaglione fosse di terracotta.

Secondo il parere del numismatico invece il pezzo apparteneva al periodo etrusco, quindi andai al Museo Civico Archeologico ed esplorando le vetrine vidi che in effetti c’erano oggetti simili a quello ritrovato.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Così, nel citato articolo per la rivista scrissi che i reperti erano del primo periodo villanoviano e questo fu confermato  dal Sovraintendente alle antichità, il prof. Mansuelli; aveva letto l’articolo ed era molto interessato: venne addirittura di persona, con altri collaboratori e un paio di laureandi in archeologia, a vedere i luoghi di questo primitivo insediamento, mai prima segnalato.  Questo ritrovamento destò un certo scalpore perché nessuno sospettava  in quella zona l’esistenza di un piccolo insediamento del periodo etrusco-arcaico. Alla Castellina poi, dove abitava Adriana Degli Esposti, trovarono anche un grande sasso piatto e liscio molto annerito utilizzato come zeppa per un abbeveratoio; questo fu esaminato dagli esperti della Sovrintendenza che lo classificarono come fondo di capanna, cioè la pietra su cui veniva acceso il fuoco sotto l’apertura del tetto, al centro della capanna.

Si disse inoltre che Alla Castellina fu trovata pure una tomba con anfore all’interno.

L’articolo sul ritrovamento dei reperti di Campolo fu utilizzato anche nella tesi di laurea di uno studente di archeologia, che aveva letto l’informazione nell’ampia opera in due volumi che il prof. Mansuelli e la sua équipe aveva scritto e pubblicato, facendo in tempo ad inserire anche, tra le ricerche più recenti, anche i ritrovamenti di Vimignano, con la citazione del mio nome e dell’articolino didattico da cui era partita la ricerca e il successivo studio del sito. Lo studente poi, nelle sue ricerche per la tesi, consultò i volumi del Mansuelli, e si informò presso la casa editrice per avere notizie dell’articolo e del suo autore.  Successivamente mi venne a trovare per approfondire l’argomento; e in seguito parlò anche con don Annibale per avere delucidazioni sulla posizione. in cui furono trovati gli oggetti, e fece anche di quelle località diverse fotografie.

PM: In occasione di queste scoperte anche noi bambini apprendemmo nuove nozioni.

Ricordo anche che all’inizio della scuola eravamo molto curiosi di vedere il nuovo maestro perché la nostra classe aveva avuto solo maestre: il maestro uomo era un elemento di rottura rispetto alle nostre abitudini; ricordo anche che per qualche anno i genitori del maestro trascorsero parte dell’estate a Scola.

 

 

 

 

 

Il prof. Zucchini, dopo aver conseguito la laurea (mentre faceva scuola, studiava pure e di tanto in tanto dava gli esami, fino a laurearsi); nel 1973 ha terminato l’insegnamento nella scuola elementare protrattosi per venti anni. Nello stesso anno ha iniziato l’insegnamento all’Università di Bologna, fino al pensionamento, alle soglie del 2000.

 

Parte terza: i piccoli attori di Vimignano

 

Questi i personaggi ed interpreti della Sacra Rappresentazione ricordati e riconosciuti nelle foto precedenti

Pietro Marchioni Gesù Cristo
Angelo Cattabriga e Adriano Contini soldati
Lorenzo Scandellari Pilato
Giuseppe Vignali e Gabriele Bettocchi paggi con bandiera
Narciso Boraggini Caifa
Angela Appoggi Madonna
Carlo Contini Centurione     
Angiolina Boraggini pia donna

 

Pietro Marchioni e Gian Luigi Zucchini alla presentazione del libro su La Scola in sala Borsa a Bologna (06/12/2019)

 

 

 

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